Google+

lunedì 9 aprile 2018

La signora perbene (che alliscia Santa Rosalia)



(Signora perbene:)
Rusulè, lascia perdere questi palermitani schifiati e pidocchiosi e  vieni con me, che io ti voglio bene come una sorella.
Tu non dovrai fare più niente, diventi la nostra santa, la santa della nostra famigghia.
Ti facciamo un altarino in salotto, solo orchidee per te. E il primo mio marito, ogni giorno ti dirà il rosario. Rusulè, abbiamo pure un parrino che di sgarrubbo ogni sabato ci viene a trovare, e lui ti dirà la messa – sai, Rusulè, mio marito in chiesa non ci può andare.
Rusulè, non ti faremo mancare niente, noi due passeremo il pomeriggio insieme, ti porto con me a scuola, io faccio la maestra. E quando avrai voglia di fare qualche miracolo, io ho un elenco di persone che mi ha segnalato i suoi probbremi, le solite cose, tipo figlie che non si maritano o mariti che non lavorano, io minni futtissi però, siccome siamo brave persone che vogliamo bene a tutti, una volta ogni tanto a qualcuno ci facciamo la grazia.
Rusulè, ti voglio bene sempre, naturalmente come una sorella.

(Rusulè incazzata:)
Tu sei la prima surcia di Palermo, lievati ri ravanzi, surcia consumacasati, consuma-picciriddi, surcia ruffiana, surcia degna di scafazzarci la testa come una serpe nivura, surcia che pari un profumo imitazione di quelli buoni: lu primo ciavuru sembrano fiori, poi arriva feto di sarde fituse.
Vatinni.

Giorgio D’Amato per Collettivo AAS

venerdì 6 aprile 2018

io nel frattempo me ne sono andato se vuoi ti ho tradito che effetto mi fa










dice Fedro:

Ma spesso un Poeta è un Ajace, che non potendo abbattere le truppe d'Ulisse, flagella le greggie; e spesso occupato de' suoi amati argomenti, non sente, o non conosce le sciagure del secolo. Perciò Fato Lucrezio canta della Natura; Cicerone scrive del Fato, Livio rivolge gli Annali di Roma; e Omero si sfoga colle Rane e co' Sorci.
 
Nel resto i giorni miei nel gaudio io meno;
Mangio e bevo a mia posta e a mio talento
Nè di rafani, o d'erbe io mi empio il seno;
Nè a biete, nè a cocozze ho il labbro attento.
Tai cibi neppur gusto allor ch'io ceno
Fan questi di voi Rane il bel contento;
Che nelle arene sterili e palustri
Non son dolci bevande, o cibi illustri.
La Rana allora assalta il Topo, e il prende
Per l'elmo, e il tragge a viva forza al lago;
E' che notar non sa, la morte attende,
E spettacolo a noi dà vario e vago.
La nostra armata allor nulla si offende,
E l'altrui serve a noi di bella imago
Dello sdegno del Ciel, che affoga il reo,
E a posteri ne lascio il gran trofeo.
...




 
The raven - il corvo

Siano queste parole d'addio" alzandomi gridai
"uccello o creatura del male, ritorna alla tempesta,
Alle plutonie rive e non lasciare una sola piuma in segno
Della tua menzogna. Intatta lascia la mia solitudine,
Togli il becco dal mio cuore e la tua figura dalla porta"
Disse il Corvo: "Mai più
E quel Corvo senza un volo siede ancora, siede ancora
Sul pallido busto di Pallade sulla mia porta.
E sembrano i suoi occhi quelli di un diavolo sognante
E la luce della lampada getta a terra la sua ombra.
E l'anima mia dall'ombra che galleggia sul pavimento 

Non si solleverà "Mai più" mai più.

E.A. Poe



errore si è già rialzata, saluti.

 

mercoledì 21 marzo 2018

Crapi e cavoli

Dialogo tra un pellegrino e Rusulè:




Io ti vogghiu ringraziare Rusulè.

E di che cosa di grazia?
Ca finalmente du cacaruni sinni iu.

Senti pellegrino, in questa città cacaruni ce ne sono na picchidda.
Sii più chiaro!

Del critico spargimerda sto parlando, come si chiama? Sgarri.

Ah, quello che siede sul retrè e si fa arripigghiare dalle telecamere? ma non lo feci mica io sto miracolo, lo fecero ai piani più alti.

Ma che mi dici Santa Rusulè, allura u Signuri fu?

Ma quali Signuri e Signuri? Il Governatore fu.
Questo era succiu che non si saziava mai, succi fornicatore che ci piacciono le belle arti e puru li crapri cruri.
E a qualcheduno ci manciò pure u ciriveddu, a nuatri nni manciò tre mesi di picciuli pi caccarinni ncapu. Merda a peso d’oro.E siccomi si attrovò un pusticieddu nna Cammara nuova nuova, pigghiò crapi e cavoli e sinni iu.

Accussi dici Rusulè?

Accussì ricu.

Menu mali, chisto avissi stato peggiu ra pestilienza.

Adele Musso per Collettivo AAS Rusulè di succi e pucci

venerdì 16 marzo 2018

Santa Rosalia incazzata


Rusulè, torna, non ci puoi lasciare mmienzu a questa grascia, i succi nni stannu arrusicannu i picciriddi, ci manciano lu nasu, ci manciano li aricchi. Trovamu ziddari negli zaini della scuola, in mezzo ai giocattoli.
Rusulè, assittamunni e discurriemu. Tu hai una responsabilità, sei la nostra santa patrona, tu ci devi risolvere i problemi, vuatri santi pi chistu vi mettiamo sopra l’altare, pi chistu vi portiamo i fiori che costano assai - e no i gerani o fiori delle aiuole, ciuri accattati a tutti rinari -, pi chistu vi portiamo a fare la processione e accendiamo la città con le luminarie, pi chistu vi portiamo i megghiu cantanti, noi vi spendiamo soldi che ci leviamo dalla bocca, noi – se vi abbiamo costruito le chiese di lusso – qualche diritto lo abbiamo. Rusulè, cerca di non babbiare e fai il tuo dovere.


Io fare il mio dovere? Siete schifiati dei cani, il lanzo della terra. Vuatri che pigghiate le statue e durante la processione le fate inchinare davanti i balconi ri megghiu di questa città. Vuatri che a certuni i funerali glieli fate in Chiesa anziché pigghiare u  muortu e ghiccallu nta munnizza. Vuatri che date il santino di Santa Rosalia insieme all’avutru santino, quello che serve per votare il candidato espressione del popolo, che per il popolo farà cose belle e cose nuove – che questi candidati li sappiamo riconoscere tutti, dalla parlata e dalla annacata.
Voi mi vorreste come santa protettrice di tutti i succi che avete nutricato.
E vuatri li nutricastivu, tutte le volte che a certuni c’era di dirgli no e invece calastivo la testa, tutte le volte che avete domandato favori e poi, in cambio, ve ne chiesero cento di quelli che non potevate rifiutare.
Voi che siete portatori di pucci e sostenitori di succi.
Io non sono santa per voi, non sono a santa ri iddi e di nuddu.
Io mi vogghiu fare i cazzi mia.
Itivinni, lassatimi sula.



Rusulè dei purci e dei surci
Giorgio D'Amato per Collettivo AAS